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"Non capire un quadro di Warhol non è possibile".

150 capolavori del padre della Pop art in mostra a Roma fino al 28 settembre

 

Chi vuole conoscere il percorso artistico di Andy Warhol è fortunato: dal 18 aprile al 28 settembre, in una sola grande monografica sono riuniti a Roma, negli spazi di Palazzo Cipolla, Fondazione Roma Museo, 150 capolavori del padre della Pop Art.

 

È un’occasione rara: le opere esposte provengono dalla Brant Foundation, dove è custodito il nucleo forse più completo e di qualità dell’immensa produzione warholiana. Il fondatore e presidente è il collezionista Peter Brant che della mostra è anche curatore, con il contributo del critico Francesco Bonami. Nel 1967 Brant acquistò la sua prima opera di Warhol, un disegno della famosa Campbell’s Soup, dando inizio a quella che sarebbe diventata una delle più importanti collezioni di arte contemporanea del mondo. Brant fu amico di Warhol, si conosceranno nel 1969, a un pranzo organizzato dal noto gallerista italo-americano Leo Castelli, creando un sodalizio che ha portato Brant a collezionare opere di Warhol per più di quarant’anni.

 

“Questa mostra – spiega, in un’affollatissima conferenza stampa, Allison Brant, direttrice della Fondazione e figlia di Peter Brant – non è solo la storia di una grande amicizia, quella tra mio padre e Warhol, ma anche la storia di un’enorme passione che portò mio padre a credere nelle opere di questo artista fin da quando ancora non era conosciuto da nessuno”.

 

Dopo il successo della tappa milanese a Palazzo Reale (dove è stata visitata da 225.000 persone), la mostra Warhol, prodotta e organizzata da Arthemisia Group e 24 Ore Cultura-Gruppo 24 Ore, rievoca gli anni d’argento della Factory e ripercorre tutta la carriera dell’artista simbolo dell’arte contemporanea: osannato quanto le sue Marylin, controverso al pari del suo Mao e universalmente celebre come la Coca-Cola, da Warhol spesso immortalata.

 

Andrew Warhola, figlio di immigrati slovacchi, nasce nella operaia Pittsburgh in Pennsylvania e, nel 1949, si stabilisce a New York, dove comincia a lavorare come grafico pubblicitario ottenendo numerosi riconoscimenti; arrivano presto le riviste patinate, da Vogue a Glamour, fino al New Yorker, i negozi lussuosi per i quali disegna scarpe, linee di accessori e abbigliamento e la prima mostra personale, alla Hugo Gallery di New York e, nel 1952, riceve l’Art Directors Club Medal per la pubblicità sui giornali. Nel 1961 le prime serigrafie ispirate ai fumetti, ai prodotti commerciali e alle immagini tratte dai mass media che elabora in serie, portando alle estreme conseguenze il principio della riproducibilità dell'opera d'arte e dell'arte come prodotto commerciale. Sono anche gli anni in cui Warhol disegna copertine di dischi, si collega al rock e ai suoi protagonisti (fu sostenitore dei Velvet Underground, sua la celebre copertina del disco d’esordio che finanziò; volle incontrare Jim Morrison a New York nel settembre 1967).


Nel 1969 fonda Interview, la rivista che diventa la chiave per interpretare la rivoluzione culturale a New York (Peter Brant la acquisterà con la sua casa editrice subito dopo la morte dell’artista, nel 1987); gira film che puntano sulla dimensione del tempo, come quello sull'Empire.

 

L’esposizione (promossa dalla Fondazione Roma, dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Entnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma e dal Comune di Mialno-cultura) inizia dai primi disegni del Warhol illustratore negli anni ’50, quando debutta come  illustratore e disegnatore pubblicitario. Crea la Commercial Art, con cui riprodurre i miti di celluloide degli anni ‘50, dai prodotti dei supermercati più diffusi ai volti più noti del mondo dello spettacolo e dello star system. E proprio dal lavoro per un famoso negozio di scarpe trarrà lʼidea delle incantevoli scarpette a foglia dʼoro che aprono la mostra, insieme ad alcuni esempi di Blotted line, tecnica fondamentale per la trasformazione della grafica pubblicitaria del tempo (consiste nel riportare un'immagine su più fogli attraverso la semplice sovrapposizione del primo, ancora umido, su molti altri).

 

Al centro della prima sala spicca Liz del 1963, una Elizabeth Taylor coloratissima, poi nella sala successiva le prime Campbellʼs Soup e Coke, insieme a Disaster (Warhol coltivò un forte rapporto di attrazione e repulsione per la morte).

La Collezione Brant è eccezionalmente ricca – di opere pittoriche soprattutto ma anche di importanti disegni – e si può dire che non ci sia tema, tra quelli trattati da Warhol, che non sia rappresentato: ci sono i dipinti dei francobolli, come S&H Green Stamps del 1962, fatti con stampini ripetuti e più e più volte sulla carta e, dello stesso anno, i Red Elvis; l’imponente 192 One Dollar Bills; Dick Tracy del 1960, e the Kiss (Bela Lugosi), del 1964, che riprende l’iconografia del film Dracula.

 

Troviamo due celebri Marilyn, Licorice Marilyn del 1962 (pittura acrilica e inchiostro serigrafico su lino) e una (delle quattro esistenti) Blue Shot Marilyn, il ritratto della famosa attrice americana con in mezzo agli occhi il segno restaurato di uno dei colpi di pistola che, nel 1964, una donna amica del fotografo Billy Name esplose sparando sulle opere impilate nella Factory.

 

Si prosegue con altre icone dell’arte di Warhol: le Brillo Box e i primi Flowers, del 1964, esposte a suo tempo nella prestigiosa galleria di Leo Castelli come se fossero sgargianti carte da parati. In particolare, la serie dei Flowers occupa un’intera sala e, come viene ricordato nell’allestimento dai pannelli esplicativi, Warhol “cerca di afferrare il bagliore della bellezza che contiene anche la tragedia della morte; la vita insita nei fiori non è solo artificiale ma infinitamente duplicabile”.

 

“Con Andy Warhol – spiega Francesco Bonami co-curatore della mostra – lʼarte per la prima volta, agli inizi degli anni ’60, si presentava come una realtà condivisibile da tutti. Non capire un quadro di Warhol non è possibile. Può non piacerci, ma non capirlo è impossibile. Una bottiglia di Coke, una sedia elettrica o un ritratto di Marilyn Monroe chiunque li può capire”.

 

“Sebbene su Warhol – sottolinea Bonami – abbiano scritto i critici e gli storici dellʼarte più famosi, la sua arte dichiara che lo spettatore non ha bisogno né degli uni né degli altri per potersela godere. Quello che abbiamo di fronte è quello che abbiamo di fronte e nessuno può rovinarcelo con complicate interpretazioni. Il misterioso, oramai eterno successo, dellʼarte di Andy Warhol sta proprio nel fatto di non essere misteriosa affatto. Unʼopera di Warhol ci pone davanti al mistero della nuda e semplice realtà delle cose”.

 

Proseguendo nel percorso ci sono i Mao, con i quali Warhol inaugura una nuova pittura meno neutrale e più gestuale, realizzati in occasione della visita di Nixon in Cina, nel 1972; le Ladies and Gentlemen – la serie dedicata alle Drag Queens di New York – e un gran numero di Skulls, i teschi che dal 1976 in poi si moltiplicano nel suo lavoro che di lì in poi attinge a simboli più universali.

Tra il 1980 e il 1982 Warhol realizzò anche i suoi celebri autoritratti en travesti, presenti in una sala di Palazzo Cipolla. Non poteva mancare unʼOxydation gigantesca, del 1978, ottenuta urinando su pigmenti metallici e provocando una reazione chimica che sfugge al controllo e crea nuovi colori (altrimenti note come Piss Paintings).

 

Un celebre ritratto di Basquiat del 1982 ricorda l'inizio dell'amicizia tra i due artisti, mentre una vastissima galleria di Polaroid scattate da Warhol riporta alla luce i volti noti dell’epoca, come Liza Minnelli, Jane Fonda, Joan Collins, Sylvester Stallone, Pelè, Donna Summer, Truman Capote, Mick Jagger, Jimmy Carter, Yves Saint Laurent.

La fama era del resto unʼossessione di Warhol e, non a caso, fu lui a coniare la famosa,  terribilmente profetica (e oggi spesso storpiata) frase: “15 minuti di celebrità” a cui in futuro nessuno avrebbe rinunciato.

 

“Andy Warhol – chiosa Francesco Bonami – ha immaginato vent’anni prima quello che poi saremmo diventati: l’ossessione per la celebrità, il mito della superficialità e il consumismo di oggi”.

 

Esposto anche un immenso Camouflage, in cui applica a immagini diverse il pattern mimetico delle tute militari, del 1986, lo stesso anno in cui rese omaggio a Leonardo Da Vinci con Last Supper presente nella sala successiva.

 

L'anno dopo, nel febbraio del 1987, l'artista americano morì: a riportarlo in vita, alla conclusione del percorso espositivo, ci sono i video girati in quel laboratorio pieno di gente, di estro e creatività che era la sua Factory, circondato da Lou Reed, Nico e dalla sua musa Edie Sedgwick.

 

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